LA VENDETTA DEI SOGNI


Piccola Fiaba.
Non c'era posto per i sogni in questa terra del Sud. Tante volte il cielo e il mare avevano incantato la gente, c'erano anche castelli, chiese e resti di tempi passati, ma il problema era stata la pozione magica. La bevvero quasi tutti. La gente divenne piccolina, indaffarata e insieme addormentata, vedeva questi giganti, tronfi e beffardi, chiudere, aprire e fare e disfare, poi fare inchini e svolazzare tra sigari e sguardi torvi, e ci aveva creduto.

 La loro pozione magica era infallibile. Chiudono gli ospedali! Certo! Non ci ammaleremo più, pensavano. Loro san tutto. Bevete, gridavano, credete in noi, votateci.

Tutti diventavano sempre più piccolini. Nelle stanze chiuse a contare i loro soldi, nessuno riusciva a vedere i loro sguardi avidi e le loro bugie. Sono calabrese, si disse orgogliosa la bambina, e saltava sui campi pieni di fiori a respirare bellezza carica di secoli, ma poi, iniziò a dipingere fiori perché tutti quei palazzi costruiti dove c'erano un tempo colline verdi le toglievano l'aria. Dove andremo a giocare? Andiamo sugli alberi. Ce ne sono di bellissimi. C'era una strada. Un viale che porta al mare. No! meglio potare drasticamente. Noi abbiamo deciso così, sentì dire. Dipinse sogni per vincere sulla sua impotenza. Se non volete costruire bellezza, almeno non distruggetela, gridava con ogni pennellata. Non voglio andarmene, si disse e continuò a cercare bellezza. Capì tardi che non bastava. Che quei giganti, chiusi nelle loro stanze, avevano lavorato per spegnere tutti i loro sogni. Che i palazzi, le buche, gli alberi feriti erano figli anche dell'inerzia. Anche gli alberi calabresi si erano abituati ad essere potati, feriti e indeboliti. Prese i suoi piccoli occhi e disse “lottiamo adesso!  I sogni si conquistano mandandoli via”.
E mentre i giganti dormivano sui loro cuscini ripieni di monete, prese il suo dolore e si chiese se era quello il momento di andarsene. Non era la sua terra. E i sogni non li sapeva più coltivare. Se una terra la senti tua, e intanto ti senti oppressa, non è il posto per te. Ma andatevene via voi, gridò, lasciate i calabresi che credono nelle piccole cose che portano avanti con entusiasmo. Che amano la luce degli occhi che illuminano. Voi, che non provate vergogna, andate nel posto più buio della terra e restateci. E pensò, forse se li guardiamo dritti negli occhi spezziamo l'incantesimo, ritroviamo la nostra forza, dobbiamo cacciarli via. Non basta quello che abbiamo fatto finora. Cosa facciamo adesso? Inerme, la venditrice di sogni guardò i suoi artisti e disse, non basta la bellezza, dobbiamo gridare così forte da non farli dormire più. Li videro beffardi pavoneggiarsi ancora. Volevano restare.
Se mi affaccio, vedo il mare, disse la ragazza.   Ma poi guardava e c'erano troppi palazzi, ingiustizie, mancanze di diritti. Tronfi, tronfi andate via voi, che questa terra è stanca del vostri passi pesanti.  Distruggete bellezza io la costruisco come posso. Devo lottare, fermo la ferita, non vorrei andare.  Ci sono nata qui ma insieme a me voi, che non l'amate. Si mise alla ricerca disperata dell'antidoto e alla fine lo trovò. Si risvegliarono tutti e tornarono forti e alti, e li mandarono via e, più di tutti, lottarono i sogni, che erano sopravvissuti.  Perché i sogni, quando muoiono, vogliono che non ci si dimentichi di chi li ha uccisi.

Rossella D’Aula
 

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